Ugo Cavallaro, dopo gli studi a Firenze, un dottorato al San Raffaele di Milano e una lunga esperienza presso Università straniere (in Usa, Austria, Svizzera) oggi è ricercatore presso il nuovo Programma di Medicina Molecolare dell’IEO, nato nel 2011, con il ruolo di team leader per il programma relativo al tumore dell’ovaio.
Insieme alla sua equipé ha prodotto uno studio i cui risultati, relativi alla scoperta di un meccanismo molecolare finora sconosciuto, lasciano ben sperare per una svolta nella lotta contro questo tipo di patologia.
Cavallaro è calabrese di Catanzaro, il suo hobbie preferito è il basket e insieme ai suoi due figli maschi gioca in una squadra a livello dilettantesco.
Aprire la strada a strategie personalizzate
Il tumore dell’ovaio è la prima causa di morte fra quelli ginecologici in tutti i Paesi sviluppati e in Italia colpisce oltre 4.000 donne ogni anno. Per far fronte a questa situazione e per tenere sempre alta l’attenzione su questo problema femminile ancora in gran parte irrisolto, è nato nel 2008 allo IEO il primo Centro di Alta Specializzazione per il Tumore dell’Ovaio in Italia. Successivamente è stato lanciato anche il Programma di Medicina Molecolare, all’interno del quale il dr. Ugo Cavallaro si occupa proprio del carcinoma ovarico. Lo abbiamo incontrato per parlare dell’ultimo studio realizzato dalla sua equipe, che potrebbe rappresentare una svolta.
Cosa avete scoperto?
«Si può dire che abbiamo scoperto un dialogo “inedito” tra due molecole che si trovano sulla superficie delle cellule e che si pensava avessero ruoli separati e indipendenti l’una dall’altra. E in un secondo momento, abbiamo dimostrato che questo dialogo influisce anche sul processo invasivo del tumore».
In che modo?
«Da molto tempo studiamo una molecola che si chiama NCAM, che vediamo spesso nei tessuti tumorali nei quali mostra livelli alterati. Si è riscontrato che in diversi tipi di tumore questa proteina serve alla malattia e dunque si è cercato di identificarla come bersaglio. Inoltre abbiamo verificato l’interazione tra questa molecola e il recettore del fattore di crescita fibroblastico (FGFR). In pratica, NCAM lega questo recettore e attiva meccanismi che fanno acquistare alle cellule un potenziale migratorio e invasivo, caratteristica di aggressività dei tumori».
Che legame ha questo con il tumore ovarico?
«Quello ovarico ci è sembrato fin da subito il tumore ideale dove questo meccanismo si potesse applicare.
Inoltre è il tumore ginecologico a più alta mortalità ed era una bella sfida. La biologia del tumore all’ovaio è diversa dagli altri, soprattutto perché, a differenza della disseminazione per via circolatoria tipica di quasi tutti i tumori, esso crea metastasi attraverso gruppi di cellule che si staccano dalla massa primaria e aggrediscono altri organi addominali. Queste masse secondarie rappresentano il problema clinico più urgente per gli oncologi che si occupano del tumore ovarico. Dall’osservazione in vitro e nei modelli animali analizzati finora abbiamo scoperto che l’espressione di NCAM nei tumori delle pazienti con carcinoma ovarico è direttamente collegata con il grado avanzato della malattia, dimostrando anche che quando questa molecola si lega al recettore FGFR le cellule tumorali diventano molto più invasive. Allo stesso modo, spegnendo il gene che attiva NCAM nelle cellule di carcinoma ovarico, le loro proprietà maligne si riducono notevolmente».
Appare come un risultato molto importante.
«Ne siamo convinti e lo speriamo. Uno dei plus di questa ricerca è stato quello di dimostrare che se si interferisce con quel legame, come si è visto in modelli in vitro e animali, si riduce moltissimo la disseminazione del tumore agli organi presenti nella cavità addominale e quindi la capacità di metastatizzare. L’alta mortalità, ripeto, è dovuta principalmente alle metastasi che si sviluppano negli organi vicini».
Che cosa è urgente fare adesso?
«Ora è urgente comprendere meglio cosa risiede a valle del dialogo tra queste due molecole per capire quale meccanismo sia più bersagliabile – e a quale stadio – perché risulti efficace e non dannoso».
Quali tempi potrebbe avere un’eventuale applicazione terapeutica?
«Per adesso dobbiamo capire con precisione quali segnali si attivino dentro la cellula attraverso questo dialogo. E soprattutto capire come colpire meno cellule sane possibile. I tempi saranno lunghi. Almeno 6 o 7 anni per ipotizzare un trial clinico, sempre che gli studi preclinici forniscano risultati incoraggianti».
Su cosa si concentrano gli studi di medicina molecolare presso l’IEO?
«Il Programma di Medicina Molecolare, nato nel 2010 e diretto dal prof. Pier Paolo di Fiore, si focalizza su diversi progetti di ricerca translazionale e sulla creazione di un’efficace interfaccia tra ricerca di base e attività clinica. L’obiettivo è aprire la strada a nuove strategie diagnostiche e terapeutiche personalizzate, cioè disegnate in base alla caratteristiche specifiche del singolo paziente, così da aumentarne l’efficacia e diminuirne gli effetti indesiderati. Sia le finalità scientifiche che il nostro modo di lavorare sono pertanto focalizzati sulle esigenze dei pazienti».
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