Grazie di esistere, anvolt!

La signora Anna Barone per salutarci parte dal… ringraziamento.

“Grazie di esistere, grazie di esistere, grazie di esistere,anvolt!” ripete tre volte al posto di “Buongiorno!”, “Salve!” o “Ciao!”.
E ci riceve nell’ufficio genovese di anvolt, dove ci siamo dati appuntamento, come se fossimo a casa sua.
Apre un pacchetto di amaretti, stappa una bottiglia di acqua minerale e chiede se qualcuno vuole il caffé della macchinetta nel corridoio. Poi ci invita con un sorriso a trentadue denti a sedersi intorno alla scrivania. Si muove con difficoltà, ma cerca di nasconderlo, tanto è piena di voglia di mostrarsi in forma. Forse perché per la prima volta in vita sua l’aspetta la provocazione di un’intervista.

O forse perché desidera semplicemente mostrarci che l’attenzione verso di lei di Anna Maria, di Marco, Francesca e degli altri volontari dell’anvolt ha fatto un piccolo miracolo.
Cioè ha trasformato una donna disperata a causa di una brutta malattia in una signora serena e fiduciosa nel futuro, malgrado le sofferenze che sopporta, perché circondata da tanti amici.
Cinque anni fa, quando è stata colpita dal tumore al seno ed è stata operata con urgenza, non è stato così.
Dopo le cure all’ospedale di Genova è tornata a casa e di colpo si è sentita giù, sola e abbandonata da tutti, anche dai pochi parenti che aveva.
Separata dal marito, l’essere umano più vicino al suo cuore era rimasta l’unica figlia, che le era stata sempre vicino durante il periodo in ospedale. Ma avendo la sua vita come la sua bambina non poteva rimanere all’infinito accanto a lei.

E per continuare a vivere per Anna erano necessarie tante cose, a partire dalle cure postoperatorie.
Ma per fare queste era necessario ci fosse qualcuno per accompagnarla all’ospedale, perché lei non poteva camminare molto, per non parlare di salire su un pullman da sola. Del taxi non si parlava neanche per la semplice ragione che solamente un’andata e ritorno, ricevendo lei la pensione minima, le avrebbe potuto “mangiare” immediatamente una spesa per 2 – 3 giorni.

A proposito, anche per fare la spesa aveva bisogno di aiuto, perché farla nel quartiere di Genova dove vive, per una persona nel suo stato, era un vero exploit! Insomma, le serviva una mano per continuare a vivere.Adesso la signora Anna non si ricorda bene come le sia arrivata l’amicizia di anvolt, come dice lei.
Può darsi abbia trovato il numero della delegazione genovese sull’elenco telefonico o sulle pagine gialle e l’abbia digitato subito sulla tastiera del telefono. Poi ci ripensa un attimo e le viene in mente di aver visto per caso un volantino sotto la porta d’ingresso di casa con i recapiti della delegazione locale di anvolt e la descrizione di tutto quello che facevano i suoi volontari.

L’avevano lasciato forse dei vicini di casa che le volevano bene o semplicemente qualcuno che in questo modo cercava di aiutarla senza farsi notare. In fin dei conti la cosa più importante è stata che quando ha telefonato le abbia risposto una voce gentilissima, che le ha chiesto l’indirizzo e l’ora migliore per la visita del volontario dell’associazione.

All’indomani al campanello di casa ha suonato la delegata Anna Maria Marchese in persona. Lei le ha raccontato la sua storia, hanno concordato di essere un po’ colleghe aiutando ogni giorno gli ammalati (Anna ha lavorato per una vita come operatore socio-sanitario). “E dopo il caffè che abbiamo preso insieme – dice ora la signora –ci siamo lasciate come amiche, anche se per la verità io non credevo molto alle sue promesse”. Ed è quindi rimasta molto sorpresa quando il giorno dopo alla sua porta ha bussato questo bravo e simpaticissimo ragazzo di nome Marco, proponendole di portarla con la macchina dell’associazione all’ospedale per una seria di visite. Era quello il primo giorno di un vero sodalizio tra lei e l’anvolt e quando è tornata a casa Anna si è sentita catapultata su un altro pianeta.

Quello dell’umanità, dell’altruismo, della solidarietà, così come li ha pensati il Buon Dio. O forse la macchina del tempo l’aveva semplicemente rimandata nella sua infanzia a Genova, quando l’egoismo non era presente dappertutto, la gente si conosceva, lasciava sempre la porta di casa aperta, mangiava insieme e si aiutava quando c’era bisogno.

Bei tempi, che all’improviso sono tornati nella sua vita. Adesso quando viene a salutare i volontari nella delegazione Anna porta sempre qualcosa per mangiare insieme, dei dolci, una torta, qualche panino. Così, grazie a Marco, a Francesca, Emilia e compagnia lei è riuscita, dopo il cancro, a superare le complicazioni ai piedi, e adesso spera di superare insieme anche il nuovo ostacolo messo dalla sorte sulla sua strada: I noduli alla tiroide. “Speriamo che non siano maligni…” sussurra, e tutti incrociamo le dita.

Dopo l’intervista non rifiuta una passeggiata sullo stupendo molo genovese, dove le facciamo qualche foto. Sorride come una bambina e quando glielo diciamo sotto forma di complimenti, è contentissima. Perché ancora oggi la gioia più grande nella sua vita gliela danno i bambini che giocano, o gli animali qua e là. E gli adulti? “Mica tanto… – risponde – è per questo che non guardo la televisione, c’è tanta violenza sullo schermo”.

Passa le sue giornate osservando le sue piante e quando esce per una breve passeggiata ammira i bambini nel parco giochi, sognando di vedere un giorno insieme a loro un suo nipotino. Poi, se si sente sola, chiama anvolt, sapendo di trovare sicuramente qualcuno per una magari breve chiacchierata.
E quando ci salutiamo, al posto di “Arrivederci!”, “Ci vediamo!” o “Ciao!” sentiamo di nuovo il suo dolce: “Grazie di esistere! Grazie!”
… RM

 

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