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In questa sezione del sito sono archiviate le notizie sui tumori, sulla ricerca e sulle cure.

Questa sezione è periodicamente agiornata con le recenti novità.

A cura del Dr. Alessandro Suprani

Tumori del cervello


Il cervello (o encefalo) è l’organo principale del sistema nervoso ed è situato nel capo all’interno di una scatola ossea indeformabile, la calotta cranica.

Le sue funzioni sono molteplici: raccoglie, attraverso i nervi provenienti dagli organi di senso, gli stimoli dal mondo esterno e invia, attraverso i nervi che da esso partono, ordini a tutti i muscoli e gli organi del corpo. Inoltre ha una funzione di integrazione, di coordinamento e di memoria che permette lo svolgersi di una serie di attività complesse come la coscienza, l’umore, la volontà, ecc..

I tumori del cervello derivano da cellule differenti fra loro: infatti l’encefalo contiene sia cellule nervose propriamente dette (i neuroni) sia cellule di supporto e di nutrimento; tuttavia i tumori cerebrali presentano sovente gli stessi sintomi ed hanno un trattamento abbastanza simile.

Questi tumori, abbastanza rari, sono più frequenti nei bambini e nei soggetti fra i 50 e i 70 anni di età; sembra che non ci sia una predisposizione familiare per questa malattia.

A volte si tratta di tumori benigni che però, data la delicatezza delle strutture cerebrali, possono avere un decorso clinico infelice determinando danni notevoli.

Siccome il cervello è contenuto all’interno di una scatola non espansibile, tutti i processi che tendono ad occupare spazio all’interno di essa, compresi i tumori, determinano sintomi dovuti all’aumento di pressione sulle strutture cerebrali; questo fenomeno è chiamato ipertensione endocranica. Oltre ai sintomi prodotti dall’ipertensione endocranica si possono osservare anche quelli dovuti all’interessamento di strutture nervose specifiche; questi ultimi vengono chiamati segni focali.

I sintomi dei tumori cerebrali tendono a comparire abbastanza precocemente data la difficoltà di compenso che posseggono le cellule altamente differenziate del cervello.

In considerazione delle diverse localizzazioni che possono avere i tumori del cervello, gli effetti che producono sono assai complessi e variabili. I segni iniziali di ipertensione endocranica sono mal di testa (cefalea) e diminuzione dello stato di coscienza (sonnolenza, difficoltà di concentrazione, ecc.).

I disturbi più propriamente neurologici possono essere inizialmente ignorati o sottovalutati dal paziente: perdite della vista in una parte limitata del campo visivo, formicolii, distorsione delle labbra, disturbi della parola, alterazioni della coscienza con piccoli svenimenti, amnesie (perdite della memoria), nausea, difficoltà a camminare o a stare dritti in piedi, disturbi del comportamento, diminuzione della forza muscolare o della sensibilità, ecc.

Il medico di famiglia che si trovi di fronte ad un malato che presenta da tempo uno o più di questi sintomi senza che essi possano essere attribuiti ad un’altra malattia, dovrà inviare il paziente da uno specialista neurologo che farà un esame più accurato e approfondito. Successivamente il neurologo, nel caso sospetti un tumore cerebrale, farà eseguire una TAC del cranio. Recentemente si è resa disponibile una metodica di indagine molto sensibile e costosa: la Risonanza Magnetica Nucleare (RMN).

La terapia dei tumori cerebrali è influenzata moltissimo dal progresso tecnologico ed è in continua evoluzione. La chirurgia rappresenta il trattamento comunque da adottare sia a fini terapeutici che per stabilire una diagnosi più precisa; uno degli scopi più importanti della neurochirurgia è quello di raggiungere ed asportare la massa tumorale senza danneggiare le strutture nervose vicine. A volte la sede o l’estensione della malattia non permettono un trattamento radicale; in questi casi si rende utile la radioterapia e la chemioterapia che tuttora è in fase di sperimentazione.

Purtroppo non si conoscono misure di prevenzione primaria per evitare l’insorgenza di tumori cerebrali.

Tumori della laringe


Il cancro della laringe non è un tumore di frequente riscontro, tuttavia un uomo con un’età superiore ai 50 anni, forte fumatore, che abbia da più di tre settimane un calo della voce, è opportuno che si rivolga al proprio medico nel timore di questa malattia. Il cancro della laringe deriva dalle cellule di rivestimento (epitelio) di quest’organo e in più del 60% dei casi colpisce le corde vocali. I maschi sono i più colpiti sia perché sono spesso accaniti fumatori sia perché maggiormente esposti, per ragioni lavorative, agli irritanti contenuti nell’aria. Dal punto di vista anatomico, funzionale e diagnostico la laringe può essere suddivisa in tre parti:

  • la porzione sopra le corde vocali (sovraglottica); qui un tumore si manifesta inizialmente con fastidio in gola come da senso di corpo estraneo e con difficoltà a inghiottire (disfagia);
  • la porzione delle corde vocali (glottica), il punto più stretto della laringe; in questa sede i primi segni della presenza del tumore sono legati all’alterazione della voce che diviene rauca e smorzata; in genere il cancro della regione glottica viene scoperto precocemente ed ha una migliore possibilità di essere trattato con successo;
  • la porzione al di sotto delle corde vocali (sottoglottica); qui il cancro della laringe è molto raro, rappresentando circa l’1% dei tumori laringei; i primi sintomi della presenza del cancro in questa sede sono purtroppo tardivi e legati ai segni dell’ostruzione respiratoria indotta dalla presenza della massa tumorale.

Il trattamento del cancro della laringe dipende dall’estensione raggiunta dal tumore e dalle condizioni generali del paziente; la diagnosi precoce seguita da un’opportuna terapia permette la sopravvivenza in più dei tre quarti dei malati. La base della terapia è il trattamento chirurgico con l’asportazione radicale del tumore e dei tessuti circostanti (laringectomia).

Purtroppo tanto più esteso è il tumore tanto sarà più difficile risparmiare la funzione fonatoria della laringe anche se attualmente si cerca di praticare laringectomie parziali che lasciano al chirurgo la possibilità di ricostruire funzionalmente la laringe. Inoltre anche gli interventi demolitivi possono permettere un recupero funzionale soddisfacente o con l’impianto di opportune protesi fonatorie o con la rieducazione vocale post chirurgica. Migliori risultati per quanto riguarda la sopravvivenza si ottengono con l’associazione della radioterapia alla chirurgia.

La prevenzione del cancro della laringe si attua con la lotta al fumo di sigaretta che incontestabilmente appare come il principale responsabile di questo tumore. Altri fattori irritativi e una predisposizione familiare giocano un ruolo minore nella storia della malattia. Infine, come si è visto, per una migliore prognosi è necessaria una diagnosi precoce che permetta di organizzare una strategia terapeutica quanto più completa e conservativa.

Tumori della bocca

La bocca è il primo organo dell’apparato digerente; al suo interno sono presenti strutture che svolgono differenti funzioni: i denti, la lingua, il palato, le labbra, ecc. La cavità della bocca, detta cavo orale, così come ogni organo interno, è tappezzata da una serie di strati di cellule di rivestimento chiamata mucosa. Il corpo umano ha un rivestimento esterno, la pelle, ed un rivestimento per gli organi interni, la mucosa. Le cellule che costituiscono entrambi questi rivestimenti sono chiamate cellule epiteliali.

I tumori che colpiscono le cellule epiteliali vengono chiamati carcinomi e ciò sia se interessano la pelle sia se interessano le mucose. Pertanto i tumori del cavo orale, colpendo in genere la mucosa, sono definiti carcinomi. I tumori della bocca non sono rari e il loro numero è in costante crescita. La loro suddivisione può essere effettuata a seconda del distretto colpito: la lingua, le labbra e la restante cavità orale.

I tumori che colpiscono la lingua sono più frequenti e sono quelli che, data la loro diffusione locale e la capacità di raggiungere i linfonodi del collo, hanno un decorso meno felice. Viceversa i tumori del labbro, facilmente evidenziabili ed altrettanto agevolmente asportabili, sono quelli che vengono scoperti per primi e che hanno le più alte percentuali di guarigione. Il malato di un tumore della bocca generalmente si rivolge ad un medico o ad un dentista perché ha rilevato la presenza all’interno del cavo orale o sulle labbra di una piccola ulcerazione, più o meno simile a una ferita dolente o sanguinante che guarisce con difficoltà. A volte il primo disturbo è la presenza nella bocca di una tumefazione (nodulo o gonfiore) che può essere sottovalutata soprattutto se non è dolorosa. Infine un segno frequente può essere rappresentato da una dentiera che inizi a malposizionarsi o a dolere sui punti di attrito. Il medico si troverà di fronte a un paziente che spesso fa uso di tabacco; anzi, un ruolo particolare svolge il fumo di pipa che, oltre all’effetto cancerogeno diretto provocato dalle sostanze contenute nel tabacco, risulta pericoloso per l’azione irritante di riscaldamento indotta dal cannello.

L’unica metodica diagnostica efficace per i tumori della bocca è l’asportazione della lesione ed il successivo esame al microscopio delle cellule situate all’interno della neoformazione (esame istologico). La terapia dipenderà in gran parte dalle dimensioni del tumore e dalla sua diffusione locale o a distanza. Nel caso di tumori di piccole dimensioni quasi sempre è sufficiente l’asportazione chirurgica seguita da controlli periodici. Viceversa per tumori più grandi, oltre alla chirurgia, è necessario intervenire con un programma di radioterapia adeguato. Quando infine il tumore è diffuso a distanza (metastasi) la somministrazione di farmaci antitumorali (chemioterapia) potrà risultare di qualche giovamento.

La prevenzione dei tumori della bocca, allo stato attuale delle conoscenze scientifiche, dipende in gran parte dalla riduzione dell’esposizione ad alcuni agenti irritanti per le cellule della cavità orale. In particolare il fumo e l’alcool sono fattori sicuramente in gioco nel determinare l’aumento del rischio di contrarre il tumore. Ad essi va aggiunta la presenza di protesi dentarie non correttamente adattate.

Infine per il cancro delle labbra sembra svolgere un ruolo predisponente l’esposizione prolungata ai raggi solari. Un altro fattore importante per combattere questi tumori è la diagnosi precoce: ogni lesione della bocca che non guarisce entro due settimane deve spingere il malato a recarsi dal proprio medico per opportuni controlli.

Tumori della tiroide

La tiroide è una ghiandola che produce e rilascia nel sangue sostanze biologicamente attive (ormoni) ed è situata nel collo davanti alla laringe ed alla trachea; è un organo molto piccolo che in condizioni normali non è facile individuare. Nell’ambito della tiroide possono insorgere tumori benigni e maligni la cui principale manifestazione è la presenza di una tumefazione (nodulo) nella regione anteriore del collo. I noduli tiroidei a loro volta possono essere distinti in noduli caldi e noduli freddi.

Il nodulo caldo è una tumefazione in genere benigna che produce ormone tiroideo e determina spesso dei sintomi provocati dalla presenza di questo ormone nell’organismo (aumento della frequenza cardiaca, irritabilità, diminuzione di peso, sudorazione). Viceversa il nodulo freddo è una tumefazione che non produce ormoni e che quindi non dà segni sistemici. Il nodulo freddo a sua volta può essere cavo (cisti tiroidea) o pieno (nodulo freddo propriamente detto). La distinzione fra cisti e nodulo freddo vero e proprio viene fatta mediante l’ecografia della tiroide, esame semplice, poco costoso, innocuo, realizzato attraverso l’invio di ultrasuoni sull’organo che poi vengono raccolti da una sonda.

Tutti i noduli tiroidei, se molto grandi, possono dare dei disturbi degli organi del collo, i più frequenti dei quali sono dolore o difficoltà alla deglutizione (disfagia) e senso di soffocamento. I tumori maligni della tiroide in genere si presentano come noduli freddi veri e propri anche se non sono rari dei tumori maligni insorti su noduli caldi o su cisti tiroidee.

Nella tiroide inoltre sono presenti cellule diverse che hanno differenti funzioni; ognuno di questi tipi cellulari può dare luogo a tumori che hanno caratteristiche cliniche ben diverse. In particolare si riconoscono questi diversi tipi di tumore maligno tiroideo: carcinoma papillifero (50-70% dei casi); carcinoma follicolare (10-15%); carcinoma midollare (5-10%); carcinoma anaplastico o indifferenziato (5%). I carcinomi papillifero e follicolare si presentano in genere senza sintomi mentre il carcinoma midollare può manifestarsi in molti casi con alcuni segni di alterata produzione ormonale. Il carcinoma indifferenziato viene occasionalmente riscontrato in seguito ad esami effettuati per l’ingrossamento di una ghiandola linfatica del collo ed è sicuramente il più pericoloso. Tutti i tumori tiroidei possono d’altro canto determinare l’aumento di volume delle ghiandole del collo.

La diagnosi di tumore della tiroide viene effettuata attraverso l’asportazione del nodulo o attraverso la sua aspirazione se trattasi di cisti. Successivamente le cellule asportate vengono analizzate al microscopio (esame istologico).

L’asportazione chirurgica parziale o quasi totale della tiroide (tiroidectomia) è il provvedimento terapeutico più importante al quale può seguire, in caso di tumore papillifero o follicolare, una terapia con Iodio radioattivo che va a distruggere eventuali cellule maligne rimaste. Quando la tiroidectomia è estesa è necessario somministrare anche ormone tiroideo sostitutivo. Nei tumori indifferenziati è opportuno procedere anche ad irradiazione del collo dopo l’asportazione della tiroide.

L’unico provvedimento di prevenzione primaria per i tumori della tiroide è l’evitare in età infantile inutili radiografie della testa e del collo. La diagnosi precoce è fondamentale anche in considerazione dei buoni successi della terapia.

Tumori del polmone

Nel secolo scorso i tumori del polmone erano rarissimi; il loro aumento costante è in relazione con l’aumento del consumo del tabacco. Questa malattia è la principale causa di morte per i maschi sopra i 35 anni e nelle donne è responsabile di quasi 1/5 delle morti. I tumori del polmone colpiscono le cellule di rivestimento degli spazi aerei di questo organo (bronchi, bronchioli e alveoli), sono dei tumori di origine epiteliale nella quasi totalità dei casi e vengono quindi definiti carcinomi.

La causa principale del carcinoma polmonare consiste in lesioni ripetute dell’epitelio polmonare provocate da infiammazioni croniche e da contatto con sostanze cancerogene. Le sostanze più implicate sono i cancerogeni che originano dal fumo del tabacco, sostanze radioattive volatili, idrocarburi aromatici che sono prodotti di combustione dei motori a scoppio ed alcuni metalli (nichel e cromo in particolare).

Si conoscono 4 tipi diversi di tumore del polmone che si differenziano per il tipo di cellule rappresentate in esso:

  • carcinoma spinocellulare (35%);
  • adenocarcinoma (25-30%);
  • tumore indifferenziato a grandi cellule (15-20%);
  • microcitoma o tumore a piccole cellule (25%).

La malignità del carcinoma polmonare aumenta progressivamente dal carcinoma spinocellulare al microcitoma, che è il più temibile. La presenza di tosse di lunga durata e di perdita di sangue con il catarro in un fumatore sono i primi sintomi di un tumore polmonare. Quando il tumore è più esteso possono comparire fame d’aria (dispnea), dolore al torace o polmonite secondaria. Sintomi più tardivi possono comparire anche a carico di altri organi e sono legati alla diffusione del tumore o alla produzione al suo interno di sostanze biologicamente attive. Il medico consultato per questi sintomi farà eseguire una radiografia del torace che è l’esame più semplice per rilevare questa malattia.

Successivamente si potrà procedere in maniera da asportare una piccola parte del tumore (biopsia) per sottoporla ad esame con il microscopio (esame istologico). Per ottenere ciò si potrà eseguire un esame dei bronchi con un tubo flessibile a fibre ottiche dotato di visore e di pinza (broncoscopia) oppure, se il tumore è situato all’interno del tessuto polmonare, si potrà raggiungerlo attraverso la cute con un ago guidato da radiografie a scansione (agobiopsia TAC guidata). Ulteriori indagini potranno essere eseguite per stabilire l’interessamento di altri organi (in particolare ossa, cervello e fegato).

La cura del tumore polmonare è decisa in collaborazione da chirurghi, radioterapisti ed oncologi sulla base del tipo istologico di tumore e dello stadio raggiunto. Ad esempio il microcitoma, anche in uno stadio iniziale, presenta diffusione a distanza (metastasi) e la sola chirurgia con la radioterapia è insufficiente ed è necessario aggredirlo con opportuni farmaci antitumorali. Viceversa nel carcinoma spinocellulare in stadi iniziali l’asportazione chirurgica del tumore potrà dare degli ottimi risultati.

I tumori polmonari sono i tumori più sensibili alla prevenzione: la loro incidenza potrebbe drasticamentre diminuire semplicemente con la riduzione del fumo di tabacco ed in particolare con la riduzione del fumo di sigaretta. Anche la diminuzione dell’inquinamento atmosferico soprattutto nelle grandi città potrebbe ridurre la parte di tumori non indotta dal fumo.

Tumori della mammella

I tumori della mammella sono di gran lunga i tumori più diffusi fra le donne e sono la principale causa di morte nel sesso femminile al di sopra dei 35 anni di età. Questi tumori derivano nella quasi totalità dei casi dall’epitelio ghiandolare di questo organo e sono perciò dei carcinomi. Più rari sono i tumori originanti dal tessuto connettivo che vengono definiti sarcomi.

Questa neoplasia si manifesta generalmente con un nodulo mammario non dolente scoperto accidentalmente e evidenziato meglio all’autopalpazione. A volte all’esordio si possono presentare anche altri sintomi come dolore locale, secrezione dal capezzolo o una sua retrazione, increspamento della pelle della mammella tipo buccia d’arancia. Una donna con questi sintomi sarà più probabile che abbia un tumore della mammella se ha avuto altri parenti con la stessa malattia o se ha avuto la prima gravidanza dopo i 35 anni.

Il medico, oltre alla palpazione della mammella, utile a definire i limiti della neoformazione, procederà ad un accurato esame delle ghiandole linfatiche dell’ascella e delle altre aree vicine alla mammella colpita. Successivamente farà eseguire alcuni esami strumentali che permetteranno di distinguere un vero e proprio tumore da noduli mammari di altra origine (cisti, mastopatia fibrocistica, infezioni, ecc.).

Gli esami più utili a questo proposito sono:

  • ecografia della mammella, che permette di distinguere noduli pieni da cisti;
  • mammografia (esame radiologico della mammella), che si rivela utile per valutare il tipo di diffusione ed i limiti della neoformazione;
  • xeroradiografia che è un esame radiologico particolare che permette una migliore visione delle strutture della mammella;
  • termografia (esame delle radiazioni infrarosse emesse dai tessuti) che permette di valutare zone di tessuto più attive e quindi sospette.

L’esame comunque decisivo è la biopsia della mammella. A questo proposito bisogna ricordare alle donne, spaventate e preoccupate dai possibili risultati della biopsia, che il 70-80% dei noduli mammari sono benigni. La terapia del carcinoma mammario è multidisciplinare; la chirurgia svolge un ruolo fondamentale e due sono gli interventi più utilizzati nel trattamento di questa malattia:

  • l’asportazione completa della mammella (mastectomia radicale) seguita da asportazione dei linfonodi vicini;
  • l’asportazione della porzione di tessuto mammario colpito con una parte di tessuto sano vicino (quadrantectomia) unitamente ad asportazione dei linfonodi e a radioterapia.

Quest’ultimo intervento è stato proposto dalla scuola italiana del prof. Veronesi e sembra che abbia risultati sovrapponibili all’intervento demolitivo. Se nei linfonodi ascellari asportati durante l’operazione vengano trovate delle cellule tumorali si procederà a terapia con farmaci che sembra migliorare le percentuali di successo della sola chirurgia.

La prevenzione dei tumori della mammella si attua per lo più con la diagnosi precoce. È fondamentale che le donne, fin dall’età giovanile, sappiano fare l’autopalpazione del seno. L’autopalpazione, eseguita con accortezza e nei giusti momenti, permette di svelare la presenza di tumefazioni mammarie pericolose anticipandone il trattamento e quindi la guarigione.

Tumori del fegato e delle vie biliari

I tumori del fegato e delle vie biliari originano dalle cellule epatiche (epatociti) o dalle cellule di rivestimento delle vie biliari e della cistifellea (anche detta colecisti); sono abbastanza rari e quasi sempre si tratta di carcinomi (tumori di derivazione epiteliale). I tumori del fegato presentano caratteristiche differenti dai tumori delle vie biliari soprattutto per quanto riguarda i sintomi e le possibilità terapeutiche e perciò li esamineremo separatamente.

I carcinomi del fegato colpiscono frequentemente i portatori di epatite cronica (HBsAg positivi) ed i soggetti affetti da cirrosi. Purtroppo i sintomi di tumore del fegato compaiono quando la malattia è ormai avanzata oppure si confondono con l’evoluzione di una malattia epatica precedente.

Il riscontro del tumore avviene generalmente in pazienti che da tempo lamentano dolore dell’addome, diminuzione di peso e presenza di una massa addominale. Il medico potrà rilevare un aumento di volume del fegato (epatomegalia), dolorabilità dell’area epatica e ittero (colorazione giallastra della pelle).

L’esecuzione di esami di laboratorio in questa fase potrà rivelare una aumento della bilirubina e degli enzimi epatici che sono normalmente contenuti all’interno delle cellule del fegato e vengono rilasciati nel sangue con il loro danneggiamento.

La diagnosi definitiva di tumore del fegato può essere fatta solamente attraverso l’asportazione chirurgica di una piccola parte di tessuto epatico (biopsia) ed il successivo esame al microsopio (esame istologico).

La cura del tumore del fegato consiste nella rimozione della porzione malata (lobectomia) o di tutto l’organo (epatectomia) seguita da trapianto di fegato.

I sintomi di carcinoma della cistifellea sono in genere più precoci di quelli dei tumori del fegato in quanto la cistifellea è un organo più piccolo la cui funzione viene danneggiata prima dalla presenza di una malattia; i sintomi consistono inizialmente in dolore addominale sotto l’arco costale destro, nausea, vomito e a volte anche ittero. Tali disturbi si possono confondere sovente con quelli determinati dalla presenza di calcoli nell’organo ed è quindi importante eseguire alcuni accertamenti di laboratorio e strumentali allo scopo di stabilire una diagnosi di probabilità.

Anche in questo caso però, per una sicura conferma, è necessario procedere all’esame istologico che verrà effettuato dopo l’asportazione dell’intera cistifellea (colecistectomia). Tale operazione è necessaria anche in molti casi di calcolosi e non provoca un danno funzionale grave. Inoltre tale drastico provvedimento è giustificato anche dal fatto che nel 90% dei casi il carcinoma della colecisti è associato ad una calcolosi la quale sembra sia predisponente nei confronti del tumore.

La prevenzione dei tumori del fegato e delle vie biliari è molto importante data la gravità di queste malattie.

La prevenzione dei tumori del fegato consiste nella lotta alle malattie croniche di quest’organo, in particolare della cirrosi e dell’epatite virale.La prevenzione più semplice ed efficace della cirrosi consiste nell’evitare l’abuso dell’alcool mentre l’epatite virale cronica si combatte attraverso la vaccinazione anti epatite B nei soggetti a rischio e in tutti i bambini.

La prevenzione dei tumori della colecisti si realizza attraverso una seria valutazione della malattia calcolotica ed un suo corretto trattamento.

Tumori dello stomaco

I tumori dello stomaco originano per il 95% dalle cellule del rivestimento interno (mucosa) dell’organo e sono di derivazione epiteliale e ghiandolare perciò vengono definiti adenocarcinomi. La mortalità per adenocarcinoma dello stomaco è in diminuzione nei paesi occidentali grazie ad una riduzione dell’incidenza della malattia ma soprattutto grazie alle migliori possibilità diagnostiche e terapeutiche offerte dai progressi della medicina.

Le cause dei tumori gastrici non sono ancora stabilite con certezza tuttavia sembra che una dieta salata e ricca di nitrati, contenuti nei conservanti, possa contribuire ad incrementarne il rischio di insorgenza.

I primi sintomi della malattia sono molto vaghi e vengono a volte sottovalutati sia dal malato che dal medico. Il malato inizialmente accusa un dolore mal definito, come un senso di peso, allo stomaco, difficoltà digestive e diminuzione dell’appetito. Successivamente possono comparire nausea e vomito, difficoltà alla ingestione del cibo, debolezza e diminuzione di peso.

Un soggetto che si presenta al medico con sintomi così poco specifici può fornire in questa fase degli esami del sangue del tutto normali e può essere scambiato per un depresso o per un isterico anche perché il medico stesso, anche ad una visita accurata, non riconosce alcun segno della malattia. È pertanto opportuno procedere ad esami strumentali sullo stomaco, il primo dei quali è una radiografia dopo ingestione di un pasto baritato (radiografia con mezzo di contrasto). Nei casi dubbi è necessario procedere ad un esame diretto della mucosa gastrica attraverso l’introduzione orale di un tubo flessibile a fibre ottiche (gastroscopia). Nel corso della gastroscopia è opportuno effettuare un prelievo di tessuto che poi verrà sottoposto ad analisi.

La chirurgia è la terapia più efficace; a volte viene preceduta e seguita dalla chemioterapia. L’intervento più frequente è l’asportazione completa dello stomaco (gastrectomia totale) seguita dall’abboccamento dell’esofago ad un tratto intestinale a valle che possa fungere da neostomaco. La radioterapia viene rieservata ai casi di tumore inoperabile.

I tumori dello stomaco presentano una elevata mortalità a causa della diagnosi generalmente tardiva; la sopravvivenza dei malati dipende molto dallo stadio in cui viene iniziata la terapia.

La prevenzione consiste nella rimozione delle cause e dei fattori di rischio (prevenzione primaria) e nella diagnosi precoce (prevenzione secondaria). I fattori di rischio dietetici sono più importanti di quelli genetici: questa malattia è infatti molto diffusa in Giappone e in Cile per le particolari abitudini alimentari di queste popolazioni; giapponesi emigrati negli Stati Uniti presentano un rischio sovrapponibile, dopo una generazione, a quello degli americani in quanto ne adottano gli usi alimentari meno rischiosi.

Una dieta ricca di frutta e verdura fresche e povera di sali, nitrati e zuccheri complessi contribuisce sicuramente a diminuire le possibilità di insorgenza del tumore dello stomaco.

Tumori della vescica

Il tumore della vescica è stata la prima neoplasia per la quale l’esposizione a sostanze di tipo industriale sia stato accertato quale fattore importante di rischio. Sembra infatti che questo tumore colpisca più frequentemente coloro che durante la loro vita hanno avuto prolungate esposizioni ai coloranti di anilina contenuti nelle vernici.

Inoltre anche il fumo di sigaretta gioca un ruolo importante quale fattore di rischio e sembra moltiplicare gli effetti negativi dell’esposizione all’anilina.

La perdita di sangue con le urine (ematuria) è in genere il primo sintomo a comparire. Questa perdita può colorare di rosso scuro le urine oppure può essere talmente piccola da risultare inapprezzabile (ematuria microscopica). A volte l’ematuria si accompagna anche a difficoltà ad urinare (disuria) o ad aumentato bisogno di farlo (pollachiuria).

Sintomi più tardivi sono dolori al basso addome, febbre e perdita di peso. L’esame delle urine sarà il primo accertamento che farà effettuare il medico di un malato che presenti questi sintomi; tale esame comprenderà anche l’analisi al microscopio delle cellule contenute nell’urina (esame citologico).

Esami più complessi consistono nell’introduzione in vescica per via retrograda di una sonda flessibile a fibre ottiche (cistoscopia) o nell’effettuazione di una radiografia dopo somministrazione di sostanze di contrasto che vengono eliminate dai reni nelle vie urinarie (urografia). L’esame citologico delle urine o l’asportazione di una porzione del tumore durante la cistoscopia (biopsia) permetterano di precisare che il tumore è di derivazione epiteliale cioè è un carcinoma.

La base del trattamento dei tumori della vescica risiede nella chirurgia con l’asportazione parziale o totale del tumore. Nel caso di asportazione totale il chirurgo provvederà a ricostruire una vescica artificiale utilizzando una porzione di intestino o una protesi.

Il trattamento chirurgico potrà essere preceduto e seguito dalla terapia con radiazioni (radioterapia) e nei casi in cui la malattia sia diffusa ad altri organi si renderà necessaria anche la somministrazione di farmaci antitumorali (chemioterapia).

Le possibilità di guarigione dal tumore vescicale sono alte se la neoplasia viene scoperta quando è ancora negli stadi iniziali (piccole dimensioni del tumore primitivo, assenza di diffusione alle linfoghiandole vicine o agli altri organi). Per questo motivo è fondamentale non trascurare i primi sintomi di interesamento della vescica che, nei pazienti anziani, possono consistere semplicemente in una infezione delle vie urinarie.

Comunque la prevenzione più efficace viene messa in atto evitando l’esposizione industriale ai coloranti che derivano dall’anilina i quali vengono sempre più banditi dalla moderna legislazione del lavoro.

Un altro consiglio importante per limitare il rischio, soprattutto nei maschi, è la riduzione o l’abolizione del fumo di sigaretta.

Tumori del rene

I tumori del rene sono abbastanza rari ed i sintomi da essi prodotti sono così poco specifici che il medico può non sospettare la loro presenza anche a lungo in un malato che presenti sintomi di malattia renale.

Il malato di tumore del rene è in genere un uomo anziano anche se alcuni tipi particolari di neoplasia renale colpiscono bambini molto piccoli. Il malato si presenta inizialmente con il reperto occasionale o continuo di perdita di sangue con le urine (ematuria). Questo sintomo presente in più del 50% dei malati può essere sovente l’unico per un lungo periodo di tempo.

Successivamente possono comparire altri disturbi non specifici quali un deperimento altrimenti inspiegabile, la mancanza di appetito e una debolezza determinata dalla progressiva perdita di sangue. Il medico che visiti attentamente un malato con questi sintomi non sempre può rilevare la presenza di una tumefazione in corrispondenza di uno dei due reni e pertanto la diagnosi puo essere rimandata pericolosamente.

Tuttavia, ove il medico sospetti un tumore, deve seguire un razionale approccio nel sottoporre il malato a indagini strumentali e di laboratorio. In particolare deve tener conto della capacità di ciascun esame di rivelare qualcosa di sospetto, della sua indaginosità (dolore procurato, difficoltà nell’esecuzione) e del suo costo.

Il primo esame è sicuramente l’analisi delle urine ed il successivo è l’esecuzione di una ecografia renale (esame semplice, non doloroso, poco costoso, abbastanza sensibile). L’ecografia consiste nell’invio di ultrasuoni verso l’organo da indagare e nella rilevazione mediante apposita sonda dell’eco riflessa dovuta alla diversa densità dei tessuti attraversati.

Successivamente potranno essere eseguiti anche:

  • una urografia: esame radiologico eseguito dopo somministrazione di una sostanza che, eliminata dai reni, possa fungere da utile contrasto;
  • una TAC del rene: esame radiologico eseguito mediante scansioni multiple “a fettine” elaborate da un computer.

L’esame decisivo per la diagnosi di tumore del rene è comunque la asportazione di una sua porzione (biopsia) ed il successivo esame al microscopio delle cellule sospette. La gran parte delle volte in cui un paziente viene sottoposto a queste indagini per il riscontro di ematuria, non si rileva un tumore del rene bensì un’altra malattia.

Nel caso in cui ci si trovi di fronte a un tumore del rene l’intervento chirurgico da eseguire è l’asportazione completa del rene (nefrectomia). Il rene residuo potrà assumersi il lavoro del rene asportato in genere senza difficoltà o conseguenze. Minore importanza per le neoplasie renali rivestono la terapia con radiazioni (radioterapia) e quella con farmaci antitumorali (chemioterapia).

Attualmente l’unica forma di prevenzione di alcune forme di tumore renale consiste nell’evitare l’esposizione ai coloranti a base di anilina e nel ridurre il consumo di sigarette.

Tumori della prostata

Il cancro della prostata è una malattia che si manifesta negli uomini al di sopra dei 50 anni; è, dopo i tumori del polmone, la forma di neoplasia più frequente nel maschio. Il tumore della prostata deriva dalle cellule ghiandolari di questo piccolo organo che è situato, nel maschio, fra la vescica ed il pene ed è anch’esso un tumore di origine epiteliale (carcinoma).

L’ingrossamento benigno della prostata (ipertrofia prostatica), malattia che colpisce quasi la metà degli uomini sopra i 60 anni, non deve essere confuso con il cancro né tantomeno sembra essere una lesione che lo precede. Tuttavia i sintomi frequentemente sono simili.

Il paziente con carcinoma della prostata può essere all’inizio senza disturbi; a volte la neoplasia viene scoperta occasionalmente nel corso di esplorazioni rettali eseguite per altri motivi. Comunque i primi disturbi accusati sono in genere dovuti all’ostruzione che la neoformazione provoca sul canale di deflusso dell’urina dalla vescica (uretra). Avremo quindi difficoltà ad urinare con bisogno urgente e frequente di farlo, a volte sanguinamento con l’urina (ematuria) o infezioni delle vie urinarie con febbre e brivido.

Un uomo anziano che si presenti dal medico con questi sintomi deve essere visitato accuratamente e sottoposto ad esplorazione rettale: il medico introduce un dito coperto da un guanto e lubrificato da vaselina nell’ano del malato e va a palpare la prostata e le altre strutture vicine rilevando eventuali alterazioni di forma o di volume.

Nel dubbio il medico può sottoporre il paziente ad esami del sangue andando a ricercare la presenza di un enzima (fosfatasi acida) che spesso è aumentata in questi malati, soprattutto se in fase avanzata. Esami strumentali più complessi (radiografie, scintigrafie, ecc.) insieme all’esame microsopico di una porzione di prostata prelevata in anestesia (biopsia) possono essere eseguiti nel sospetto di diffusione del tumore ad altri organi (metastasi) e per stabilire lo stadio di evoluzione della malattia.

L’approccio terapeutico dipenderà da molti fattori: lo stadio e il tipo di tumore, l’età del malato e le sue condizioni generali di salute. Infatti per il cancro della prostata sono disponibili diverse armi:

  • la terapia ormonale; è accertato che il carcinoma della prostata è sensibile ad una riduzione degli ormoni maschili (androgeni). Pertanto si somministreranno farmaci anti- androgeni e si asporteranno i testicoli (orchiectomia);
  • la radioterapia, associata spesso alle altre terapie;
  • la chirurgia, con l’asportazione completa della prostata che a volte può determinare incontinenza urinaria e impotenza.

Le possibilità di trattare con successo un malato di cancro della prostata sono molte purché si agisca in tempo e secondo criteri di razionalità; spesso nei tumori in fase iniziale non è necessaria la terapia chirurgica ed il trattamento prescelto permette di avere un decorso poco doloroso.

La prevenzione primaria dei tumori della prostata è sconosciuta, la prevenzione secondaria si attua attraverso una corretta diagnosi precoce.

Tumori del colon e del retto

I tumori del colon e del retto sono molto frequenti nella nostra società mentre sono quasi del tutto sconosciuti nei paesi del Terzo Mondo; infatti questi tumori colpiscono di più i soggetti che hanno un’alimentazione povera di fibre e ricca di grassi, soprattutto di origine animale.

I tumori maligni dell’ultima parte del canale digerente derivano prevalentemente dalle cellule epiteliali che rivestono il colon e il retto e pertanto vengono definiti carcinomi (tumori maligni epiteliali). Nella maggior parte dei casi viene interessato il tessuto ghiandolare situato nella mucosa di rivestimento per cui è più opportuno definirli adenocarcinomi (tumori maligni dell’epitelio ghiandolare).

L’adenocarcinoma del colon e l’adenocarcinoma del retto sono in realtà due malattie distinte, con sintomi a volte differenti e diverso approccio terapeutico. L’adenocarcinoma del colon è un tumore che si riscontra in genere in un uomo di più di 50 anni che accusa un dolore addominale insorto da tempo, stanchezza e pallore causati dalla perdita occulta di sangue con le feci e stitichezza e diarrea capricciose e alternanti. A volte è presente anche nausea e vomito; costante è la diminuzione di peso.

Sovente il tumore del colon è legato ad altre malattie preesistenti che possono facilitarne l’insorgenza; queste malattie sono la colite ulcerosa, la poliposi benigna del colon e un vecchio tumore del colon ormai rimosso da tempo.

La diagnosi è difficile se non si effettuano alcune indagini strumentali; la radiografia del colon dopo introduzione di mezzo di contrasto (clisma opaco), la visione diretta del colon con endoscopio flessibile (colonscopia) ed alcuni esami di laboratorio possono indirizzare il medico alla diagnosi.

Il cardine della terapia dei tumori del colon è la chirurgia con la rimozione del tratto di intestino interessato (colectomia). Minore importanza hanno la chemioterapia e la radioterapia.

L’adenocarcinoma del retto può colpire persone di ogni età ma in genere colpisce uomini sopra i 40 anni. La gran parte dei soggetti presenta sangue nelle feci associato a stitichezza o a senso di evacuazione incompleta.

Altri sintomi possibili sono la diarrea, la contrazione dolorosa dell’ano e i dolori addominali. Meno costante la diminuzione di peso.

Anche il tumore del retto può insorgere su altre malattie intestinali predisponenti, in particolare su una rettocolite ulcerosa di vecchia data. La visita medica di pazienti che presentano questi sintomi dovrà essere completata da una accurata esplorazione rettale; successivamente dovrà essere effettuata una rettoscopia.

Anche per l’adenocarcinoma del retto la chirurgia è fondamentale; è importante stabilire esattamente i limiti del tumore per valutare la possibilità di salvare il canale anale. Purtroppo quando il tumore è molto basso ciò non è possibile e quindi l’intervento sarà più demolitivo e diventerà necessario procedere alla creazione di un ano artificiale con l’abboccamento esterno del colon (colonstomia).

La prevenzione dei tumori del colon e del retto è affidata ad una alimentazione sana ed equilibrata che privilegi la frutta e la verdura fresca e riduca la quantità dei grassi soprattutto se di origine animale (carni rosse, salumi, formaggio, ecc.).

Infine rivolgersi al medico nel caso di diminuzioni di peso inspiegabili e di perdite di sangue con le feci sarà comunque opportuno.

Tumori del testicolo

Un giovane con un’età fra i 25 e i 35 anni che ha un ingrossamento di un testicolo non dovuto a traumi o a processi infettivi deve rivolgersi al medico nel sospetto di un tumore testicolare. In pratica tale tumefazione, che non sempre è dolente, può essere l’unico sintomo per un periodo anche molto lungo durante il quale l’intervento precoce di un medico risulta fondamentale.

I tumori del testicolo originano quasi sempre dalle cellule sessuali che producono gli spermatozoi (cellule germinali) e sono più frequenti nei giovani che hanno avuto in età infantile un testicolo ritenuto nell’addome (criptorchidismo) o nei soggetti che sono stati sottoposti a radiazioni.

Il medico per procedere alla diagnosi farà un’attenta valutazione del testicolo colpito; infatti la malattia più probabile in caso di tumefazione testicolare, soprattutto se a carico del testicolo sinistro, non è un tumore bensì un varicocele; il varicocele è una dilatazione benigna delle vene che circondano il testicolo ed è molto frequente nei giovani (fino al 5%). Un medico esperto riconoscerà facilmente il varicocele e consiglierà il paziente sul da farsi.

Successivamente il medico potrà eseguire una manovra particolare che consiste nel porre al buio il paziente e controllare con una piccola fonte di illuminazione se il testicolo lascia passare la luce. Se questo avviene la malattia in questione è un idrocele, cioè una dilatazione delle sottili lamine di protezione del testicolo che si riempiono di liquido. In qualche caso un idrocele può essere il primo segno di un carcinoma testicolare fino a quel momento nascosto.

A volte i primi sintomi di un carcinoma testicolare sono dei dolori di schiena (lombalgia) o dei dolori addominali dovuti all’interessamento delle ghiandole linfatiche di questi distretti. Raramente si manifesta per primo un ingrossamento delle mammelle (ginecomastia); questo fenomeno è dovuto al fatto che le cellule tumorali possono produrre degli ormoni femminili.

Dopo aver effettuato una ecografia del testicolo per confermare la presenza di una massa sospetta, il successivo passo sarà l’asportazione del testicolo (orchiectomia) alla quale seguirà immediatamente l’esame con il microscopio delle cellule prelevate (esame istologico). Infatti se le cellule individuate sono di tipo germinale puro (30% di probabilità) ci si trova dinanzi a un seminoma, il quale reagisce molto bene alla radioterapia ed alla chemioterapia (terapia con farmaci).

Dopo l’intervento chirurgico si inizierà così la radioterapia e le radiazioni verranno indirizzate al di dietro dell’addome (zona retroperitoneale) dove sono situate la gran parte delle ghiandole linfatiche responsabili dei testicoli.

Successivamente si procederà anche alla chemioterapia.

Terapia chirurgica, radioterapia e chemioterapia associate permettono di ottenere ottimi risultati sui seminomi e buoni risultati sui tumori germinali misti; il fattore più importante per aumentare le probabilità di successo, così come per tutti i tumori, è iniziare al più presto la terapia.

Un’ultima annotazione: l’asportazione di un testicolo, se l’altro è indenne, non determina sterilità nè tantomeno problemi organici di tipo sessuale mentre a volte si rivela una menomazione psicologicamente pesante.

Tumori dell'ovaio

I tumori dell’ovaio sono fra i tumori femminili più insidiosi poiché spesso sono di riscontro tardivo e quando vengono individuati possono essere di grandi dimensioni e diffusi ad altri organi. I tumori dell’ovaio, organo che è situato al di sopra dell’utero nell’addome delle donne, derivano dalle sue cellule di rivestimento o dalle cellule sessuali (germinali) in esso contenute e sono per lo più dei carcinomi; raramente nell’ovaio possono essere riscontrati dei tumori del tessuto connettivo (sarcomi).

La neoplasia può essere sospettata riscontrando una tumefazione profonda dell’addome durante una visita ginecologica di controllo oppure in una donna in menopausa che abbia come unico sintomo un vago dolore del basso ventre. Difficilmente nella storia familiare della paziente potranno essere trovate delle parenti con la stessa malattia.

Non si conoscono con certezza le cause di questo tumore tuttavia alcuni studiosi ritengono che l’esposizione alle radiazioni o la lavorazione del talco possano costituire dei fattori di rischio di una certa entità.

Il ginecologo che si trovi di fronte ad una donna che è in menopausa che presenta un ovaio “palpabile” deve considerare questo reperto sospetto e deve procedere ad ulteriori indagini.

Numerosi sono gli accertamenti strumentali ai quali può essere sottoposta una donna in questa fase:

  • esame con endoscopio flessibile a fibre ottiche dell’ultima parte dell’intestino (proctosigmoidoscopia), onde escludere patologie a carico di questo organo;
  • esame radiologico dei reni e delle vie urinarie dopo somministrazione di mezzo di contrasto (urografia), onde escludere patologie urologiche;
  • esame con sonda emettitrice di ultrasuoni della densità delle strutture dell’addome (ecografia);
  • radiografia dell’addome a scansioni multiple con immagini disegnate da un computer (TAC addominale);
  • esame diretto degli organi addominali dopo apertura chirurgica della parete (laparatomia).

Grazie agli esami suddetti, accompagnati, ove necessario, dall’asportazione dell’ovaio sospetto seguita da esame microscopico delle cellule prelevate (esame istologico), è possibile stabilire lo stadio del tumore e la diffusione ad altri organi.

In seguito inizierà la terapia che, oltre la chirurgia, consiste nella somministrazione di farmaci antitumorali (chemioterapia) e nella irradizione della zona colpita (radioterapia).

Le probabilità di guarigione per una donna colpita da tumore ovarico che venga trattata in fase precoce sono buone; viceversa sono scarse se il tumore è ormai diffuso agli altri organi dell’addome e si è propagato a distanza.

Sfortunatamente non si conosce alcun modo di prevenire il tumore dell’ovaio; alcuni studiosi consigliano, soprattutto per le donne più anziane, l’asportazione a scopo preventivo delle ovaie nel corso di interventi sull’utero o in sede pelvica.

Tumori maligni dell'utero

I tumori maligni dell’utero si distinguono in due grandi categorie a seconda della parte dell’organo interessata:

  • il tumore del collo dell’utero (o cervice), che è la porzione più esterna dell’organo e maggiormente esplorabile attraverso il canale vaginale;
  • il tumore del corpo dell’utero.

Il tumore della cervice è in genere un carcinoma, cioè un tumore che origina dalle cellule di rivestimento (epitelio) dell’organo. Questo tumore si presenta con frequenza maggiore in donne dai 50 ai 60 anni ma anche le giovani possono esserne interessate. Sembra che una storia di promiscuità sessuale con numerosi rapporti iniziati in età precoce sia un fattore predisponente; anche frequenti infezioni vaginali e del collo uterino possono determinare un aumento del rischio.

I primi sintomi di un carcinoma della cervice sono costituiti da sanguinamenti irregolari spesso aggravati dai rapporti sessuali; in fase più avanzata la perdita di sangue può causare anemia e debolezza. A volte il tumore esordisce con un’infezione che determina perdite maleodoranti dalla vagina.

La diagnosi di carcinoma viene confermata con il Pap-test o con la biopsia nel caso di lesioni più voluminose; queste manovre permettono, insieme con altre indagini strumentali, di stabilire lo stadio raggiunto dal tumore che è determinante per scegliere la strategia terapeutica e per precisare la prognosi.

Il cardine della terapia è rappresentato dalla chirurgia con l’asportazione completa dell’utero e dei suoi annessi (isterectomia totale); alla chirurgia si associa la radioterapia pre e post operatoria, la chemioterapia e, con recenti successi, la immunoterapia.

Sono stati descritti casi di regressione spontanea del tumore, tuttavia quanto più precoce è la diagnosi tanto migliore sarà la probabilità di sopravvivenza che nel I stadio è di circa il 75% e nel II stadio di poco superiore al 50%.

Fondamentale per la diagnosi precoce, anche in uno stadio che non richiede trattamenti chirurgici demolitivi, è il Pap-test, che è l’esame al microscopio delle cellule prelevate con una spatola dal collo dell’utero durante una semplice visita ginecologica.

Il Pap-test è una metodica semplice, indolore e con costi esigui, che ha determinato negli ultimi anni una clamorosa riduzione del numero delle morti causate da questo tumore.

Il consiglio del “Codice Europeo contro il Cancro” è di eseguire un Pap-test ogni tre anni dopo i 25 anni di età.

Il tumore del corpo dell’utero colpisce quasi esclusivamente donne in menopausa e può originarsi sia dall’epitelio (carcinoma) sia dal tessuto muscolare (sarcoma) di quest’organo.

Una perdita di sangue da un collo dell’utero altrimenti normale in una donna in età avanzata dovrebbe essere sempre considerata come sospetta di questo tumore. A volte la perdita può essere acquosa mentre il dolore pelvico è un sintomo più tardivo. Il consiglio per le donne che, ormai in manopausa, manifestino una perdita anomala è quello di rivolgersi subito al medico soprattutto se si tratta di donne con menopausa piuttosto tardiva, obese o diabetiche; tali elementi sembrano infatti essere degli importanti fattori di rischio.

Mentre il tumore del collo dell’utero, grazie al Pap-test e ad un corretto trattamento delle infezioni ginecologiche, è in forte calo, l’incidenza del tumore del corpo dell’utero manifesta un costante incremento.

Tumori maligni delle ossa

I tumori maligni delle ossa si possono distinguere in due grandi gruppi:

  • i tumori che originano dall’osso stesso (tumori primitivi);
  • i tumori che provengono da un altro organo ma che si localizzano nelle ossa per disseminazione attraverso il sangue (tumori secondari).

I tumori primitivi dell’osso colpiscono generalmente i giovani fino ai 30 anni di età e sono quasi sempre dei tumori che originano dal tessuto connettivo (sarcomi).

Il dolore a carico di un osso è sicuramente il primo sintomo a comparire; le più colpite sono le ossa lunghe degli arti (omero, femore, tibia). Al dolore si accompagna sovente una tumefazione locale dell’osso e delle parti molli circostanti. Non di rado un tumore osseo può dare luogo ad una frattura che non sia stata prodotta da un valido trauma (frattura patologica).

L’esame più semplice per evidenziare un tumore dell’osso è la radiografia del segmento interessato; a volte per la conferma deve essere fatta una tomografia assiale computerizzata (TAC) o addirittura va eseguita una radiografia dopo assunzione di sostanze radioattive che si legano elettivamente all’osso malato (scintigrafia).

Il successo della terapia dipende molto dal tipo di sarcoma osseo in esame e dalla precocità della diagnosi. Il cardine del trattamento consiste nell’amputazione dell’arto interessato eventualmente seguita dalla sostituzione con una protesi funzionalmente valida. Migliori risultati si realizzano se alla chirurgia si associa la terapia con farmaci antitumorali (chemioterapia).

I tumori ossei secondari compaiono in pazienti che hanno già un tumore primitivo in un altro organo.

È opportuno fare a questo punto un chiarimento sulla diffusione dei tumori. I tumori si diffondono secondo le seguenti modalità:

  • per continuità, cioè all’interno di uno stesso organo attraverso un semplice processo di crescita;
  • per contiguità, da un organo ad un altro vicino;
  • per diffusione linfatica, cioè dagli organi colpiti ai linfonodi satelliti e poi alla circolazione linfatica generale;
  • per diffusione metastatica; questa si realizza attraverso il sangue nel quale si spostano gruppi di cellule tumorali provenienti dal tumore primitivo; queste cellule si vanno a localizzare in un altro organo dove producono un secondo tumore (metastasi). Gli organi più interessati alla diffusione di un tumore per metastasi sono gli organi “filtro”, cioè le ossa, il fegato, i polmoni e il cervello.

Le ossa sono frequentemente interessate da metastasi provenienti da tumori della prostata, della mammella e del polmone.

I sintomi, le possibilità diagnostiche e la terapia dei tumori ossei secondari sono più difficoltose sia perché si è in presenza anche del tumore primitivo sia perché le metastasi possono essere numerose. Nei casi più sfortunati sarà opportuno instaurare una valida terapia contro il dolore poiché le metastasi ossee provocano delle lesioni vivamente dolorose.

Attualmente non è nota alcuna possibilità di prevenzione dei tumori ossei primitivi mentre la prevenzione dei tumori ossei secondari consiste nel trattamento precoce ed adeguato del tumore originario.

Il melanoma

Il melanoma è un tumore della pelle che deriva dalle cellule che producono la melanina (melanociti); la melanina è una sostanza di colore scuro che serve a proteggere il corpo dal sole e viene prodotta in grande quantità quando ci si abbronza.

Il melanoma, detto anche melanoma maligno, è un tumore in forte crescita negli ultimi anni: la sua incidenza è aumentata di circa 8 volte dal 1950. I paesi più colpiti sono l’Australia, la Scandinavia ed il Sud degli Stati Uniti.

La moltiplicazione tumultuosa e abnorme dei melanociti responsabile dell’insorgenza del melanoma può essere determinata da numerosi cause; il principale fattore di rischio è l’esposizione prolungata e intensa ai raggi ultravioletti soprattutto per i soggetti con carnagione chiara. I neri, che producono normalmente molta melanina, sono colpiti, a parità di esposizione al sole, 25 volte meno dei bianchi.

Spesso un melanoma origina da un neo che improvvisamente modifica le sue caratteristiche. La sigla ABCD, in questo caso, può essere di aiuto: A = Asimmetria del neo; B = irregolarità dei Bordi; C = alterazione del Colore (zone più chiare e zone più scure); D = aumento del Diametro del neo.

Un’altra caratteristica che può presentarsi su un neo che sta evolvendo in melanoma è la sua rottura (ulcerazione) con perdita di sangue e dolore. In molti casi si tratta di nei che sono situati in zone assai esposte agli sfregamenti (pieghe cutanee, zone dove passano cinture, area della barba, ecc.).

Il soggetto che ha un melanoma localizzato può anche essere privo di sintomi. È per questo che tale malattia risulta insidiosa e quando compare un ingrossamento delle ghiandole linfatiche della zona del corpo interessata o si manifestano i sintomi di una diffusione ad altri organi (metastasi), la malattia è già in uno stadio avanzato. La diagnosi di melanoma viene fatta dopo la sua asportazione completa e l’esame microscopico delle cellule ricavate (esame istologico).

Per indagare l’eventuale presenza di diffusione alle ghiandole linfatiche o ad altri organi è utile eseguire una radiografia dopo iniezione di una sostanza radioattiva che si va a legare alle cellule tumorali (scintigrafia). Opportuno anche l’esame con tomografo assiale computerizzato (TAC), che permette di ricavare immagini molto dettagliate e “a fettine” del nostro corpo.

La terapia, oltre alla rimozione ampia della zona colpita ed alla eliminazione delle ghiandole linfatiche satelliti, dipende dallo stadio che ha raggiunto il tumore. In uno stadio iniziale la chirurgia può essere sufficiente; viceversa quando si hanno già metastasi può giovare la chemioterapia con farmaci ben selezionati.

Risultati interessanti ha fornito anche la stimolazione del sistema immunitario con varie sostanze (immunoterapia).

In casi sporadici sono state segnalate anche delle regressioni spontanee del tumore o degli andamenti del tutto bizzarri.

Anche per il melanoma maligno la prevenzione e la diagnosi precoce giocano un ruolo fondamentale. Ridurre l’esposizione prolungata ai raggi solari già da bambini, evitare l’uso di lampade abbronzanti ai raggi ultravioletti, impiegare creme filtranti in caso di esposizione al sole sono le principali misure da adottare per evitare una malattia così seria e pericolosa.

La leucemia

Introduzione

La leucemia è una malattia grave che colpisce le cellule del sangue. Le cellule del sangue si possono dividere in due gruppi ben distinti: le cellule rosse (o globuli rossi o eritrociti) e le cellule bianche (o globuli bianchi o leucociti). I globuli rossi trasportano l’ossigeno proveniente dai polmoni a tutti i tessuti del corpo per mezzo di una proteina contenuta al loro interno: l’emoglobina; dai globuli rossi non originano le leucemie. I globuli bianchi sono le cellule di difesa dell’organismo e svolgono una parte importante dei compiti del sistema immunitario. A loro volta i globuli bianchi si possono suddividere in tre gruppi: i granulociti, i linfociti ed i monociti. Questi tre tipi di globuli bianchi hanno forma, dimensioni e funzioni differenti.

Ogni giorno vengono prodotti nell’organismo milioni di globuli rossi e bianchi ed ugualmente una grande quantità ne viene distrutta. In alcune fasi della nostra vita, per esempio durante il corso di molte malattie infettive, si può verificare un aumento delnumero dei globuli bianchi fino a 2-3 volte il loro numero normale. Questo incremento è una reazione di difesa dell’organismo che attiva un maggior numero di “soldati” per combattere le malattie.

A volte però si verifica una grave alterazione nella produzione dei globuli bianchi che quasi sempre interessa un solo tipo. L’alterazione del meccanismo che determina la produzione dei globuli bianchi può produrre un loro aumento anche di 10-20 volte rispetto ai valori normali; questo fenomeno di sovrapproduzione incontrollata dei leucociti è chiamato leucemia (dal greco: leucos = bianco + ema = sangue).

A seconda del tipo di leucocita interessato dal fenomeno di moltiplicazione incontrollata avremo differenti tipi di leucemia:

  • leucemia mieloide, se sono interessati i granulociti;
  • leucemia linfoide, se sono interessati i linfociti;
  • leucemia monocitica, se sono interessati i monociti.

Inoltre se la leucemia insorge improvvisamente ed ha una evoluzione rapida è una leucemia acuta; viceversa se l’evoluzione è lenta, anche lungo il corso di anni, la leucemia è cronica. Avremo quindi sei diversi tipi di leucemia (ad esempio leucemia linfoide cronica, leucemia mieloide acuta, ecc.) con differenti possibilità di cura e prognosi anche radicalmente differenti.

Esiste la possibilità di diagnosticare precocemente l’insorgenza della leucemia e di intraprendere così terapie efficaci; inoltre alcune norme di carattere generale possono ridurre il rischio di andare incontro a questa grave malattia; tutto questo verrà esaminato nel prossimo capitolo.

Leucemia Acuta

La leucemia acuta è un vero e proprio tumore (o neoplasia) che interessa le cellule del sangue. Negli adulti il tipo di globulo bianco interessato è prevalentemente il granulocito (leucemia mieloide); viceversa nel bambino è più frequente la forma linfoide in quanto sono più colpiti i linfociti.

Sembra sussistere una predisposizione familiare nel contrarre questa malattia; inoltre alcune malattie ereditarie, come per esempio la sindrome di Down (impropriamente chiamata mongolismo), favoriscono l’insorgenza della leucemia acuta.

Infine l’esposizione alle radiazioni aumenta il rischio di contrarre leucemia come si è visto chiaramente nelle popolazioni di Chernobil colpite dal disastro del reattore nucleare.

I primi sintomi di leucemia acuta sono stanchezza e affaticabilità seguiti poi da perdita di peso, dolori vaghi e piccoli sanguinamenti spesso gengivali. La febbre compare con frequenza anche se all’inizio può essere moderata o serale. Si ingrossano infine anche le ghiandole linfatiche del collo, delle ascelle e dell’inguine.

Il medico può rilevare durante la visita un ingrossamento del fegato e della milza e sulla pelle delle macchie dovute a piccoli stravasi di sangue poco coagulabile. La diagnosi viene però confermata solamente dal riscontro di cellule abnormi nel sangue e nel midollo osseo. A volte non è il numero di globuli bianchi nel sangue che permette di fare diagnosi di leucemia ma la loro forma e la loro immaturità.

A questo punto è importante stabilire esattamente il tipo di leucemia acuta andando ad indagare l’organo che è maggiormente responsabile della produzione dei globuli bianchi: il midollo osseo; si effettuerà pertanto una aspirazione del midollo con un ago e si analizzeranno al microscopio le cellule ricavate.

Sulla base di questo esame fondamentale, seguito da altri che permettono di stabilire la diffusione della malattia nell’organismo, si inizierà una terapia specifica contro le cellule maligne e una terapia di supporto generale per prevenire le complicazioni. Lo scopo della terapia nella leucemia acuta è quello di ottenere una remissione completa della malattia; questo attualmente è possibile per gran parte delle leucemie infantili e per alcune leucemie acute degli adulti.

La terapia si basa sulla distruzione, per mezzo di appositi farmaci, delle cellule maligne proliferanti nel sangue e nel midollo ma purtroppo questo risultato spesso si accompagna alla distruzione delle cellule normali con l’inattivazione delle funzioni fondamentali del midollo.

È per questo motivo che frequentemente si rende necessario procedere al trapianto di midollo osseo. Tale intervento permette con buone probabilità la ripresa della produzione dei globuli bianchi nel sangue.

Un altro intervento chirurgico che si effettua nella leucemia è l’asportazione della milza (splenectomia) in quanto anche in quest’organo avviene la riproduzione dei globuli bianchi.

La leucemia acuta è purtroppo una malattia grave con serio rischio per la vita ed è per questo che qualsiasi intervento si attui per prevenirla è di sicura importanza. La lotta alle radiazioni, la sicurezza degli impianti di lavoro, la mancata esposizione al benzene e ad alcuni farmaci ormai non indispensabili possono ridurre l’incidenza di questa malattia nella nostra società.

Leucemia Cronica

La leucemia cronica è un tumore del sangue a lenta evoluzione. I due tipi di leucemia cronica più frequenti sono:

  • la leucemia mieloide cronica (che deriva dai granulociti);
  • la leucemia linfatica cronica (che deriva dai linfociti).

La leucemia mieloide cronica rappresenta circa il 20% di tutte le leucemie; nel 90% dei casi si accompagna alla presenza di una tipica alterazione genetica (presenza del cromosoma Philadelphia). Tale leucemia insorge più frequentemente in coloro che sono stati esposti a lungo a radiazioni ionizzanti o al benzene.

Una leucemia mieloide cronica può essere sospettata in un soggetto asintomatico che abbia eseguito per altri motivi degli esami del sangue nei quali viene rilevato un accresciuto numero di globuli bianchi, in particolare di granulociti.

A volte il malato si presenta al medico accusando vaghi dolori al fianco sinistro oppure anomali sanguinamenti o stanchezza. Il medico può rilevare in questi pazienti un aumento di volume della milza (splenomegalia) come unico reperto. Nel sangue di questi pazienti si rileverà un numero di granulociti superiore ai 30.000 (normalità sotto i 10.000).

Anche per la leucemia cronica, la diagnosi verrà posta attraverso l’agobiopsia del midollo osseo nel quale potranno essere scoperte delle cellule tipiche.

La terapia si basa sull’uso di opportuni farmaci antitumorali; un numero elevato di sostanze si è dimostrato efficace a questo proposito e dovranno essere impiegate quelle che determinano le migliori risposte ed i minori effetti collaterali.

La sopravvivenza di un malato di leucemia linfoide cronica è generalmente lunga e soddisfacente anche se la guarigione non sempre è possibile.

La leucemia linfatica cronica è una malattia delle persone anziane; gli uomini sono colpiti due volte di più delle donne. Questa malattia è determinata dalla moltiplicazione incontrollata dei linfociti, cellule del sangue importanti per le difese immunitarie dell’organismo. Non sembra sia favorita dalla esposizione alle radiazioni o a sostanze chimiche e non presenta origine ereditaria.

Un quarto dei malati è senza sintomi; gli altri possono presentare facile stancabilità, diminuzione di peso, aumento di volume della milza e delle ghiandole linfatiche e a volte frequenti infezioni. Il medico, consultato per questi sintomi, troverà nel sangue un elevato numero di linfociti le cui dimensioni saranno più piccole del solito. Non rara una diminuzione dei globuli rossi (anemia).

La diagnosi verrà posta con l’esame accurato del sangue, del midollo osseo e di ghiandole linfatiche eventualmente asportate. La leucemia linfatica cronica è la leucemia che ha la più lenta evoluzione e che risponde meglio alla terapia con farmaci antitumorali (chemioterapia).

La prevenzione della leucemia mieloide cronica consiste nell’evitare l’esposizione alle radiazioni o il contatto con particolari sostanze chimiche, soprattutto il benzene. Viceversa la leucemia linfatica cronica si può combattere solamente attraverso una opportuna diagnosi precoce.

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